QUELLO CHE L’ATLETA SENTE. QUELLO CHE L’ALLENATORE VEDE.
Ci sono momenti, durante un allenamento, che si ripetono praticamente in ogni palestra.
L’atleta esegue un gesto. L’allenatore lo osserva e vede immediatamente qualcosa che potrebbe essere diverso.

Il gomito più alto. Un appoggio anticipato. Una rincorsa più fluida. Una posizione del corpo differente.
Interviene.
«Prova a tenere il gomito più alto.»
L’atleta ripete.
«Ancora più alto.»
Nuovo tentativo.
A volte funziona. Altre volte molto meno.
E qualche volta accade una cosa interessante: l’atleta è sinceramente convinto di avere fatto esattamente ciò che gli è stato chiesto.
Non sta opponendo resistenza. Non è distratto. Non sta ignorando l’allenatore.
Lui quel gomito lo sente davvero più alto.
L’allenatore vede una cosa.
L’atleta ne percepisce un’altra.
Ed è forse proprio in questa piccola distanza che si nasconde una parte importante dell’apprendimento motorio.
Julio Velasco, parlando dell’utilizzo delle immagini nell’allenamento, ha espresso negli anni un concetto tanto semplice quanto difficile da dimenticare: il movimento ha bisogno dell’immagine.
La matematica ha bisogno dei numeri, la lingua delle parole. Il movimento, per essere compreso, ha bisogno anche di essere visto.
Oggi servirebbe pochissimo.
Una telecamera fissa. Un tablet. Un monitor.
L’atleta esegue e, dopo pochi secondi, passa davanti allo schermo. La registrazione può essere messa con un ritardo di 30 secondi e l'atleta ha l'opportunità di rivedersi nel movimento. Rivede quello che ha appena fatto.
La sensazione del movimento è ancora lì, abbastanza vicina. Ma adesso davanti a lui c’è anche l’immagine.
Ed è in quel momento che potrebbe accadere qualcosa che nessuna spiegazione riesce a produrre nello stesso modo.
«Pensavo di essere molto più alto con il gomito.»
Quella frase vale molto.
Perché fino a pochi secondi prima l’allenatore possedeva un’informazione che l’atleta non possedeva.
Ora la vedono entrambi.
E forse l’allenatore non ha nemmeno bisogno di parlare immediatamente.
Può lasciare che sia l’immagine a fare una parte del lavoro.
È un passaggio che diventa ancora più interessante pensando a ciò che sappiamo oggi sull’apprendimento motorio.
Il movimento non è soltanto qualcosa che il cervello ordina al corpo di eseguire. Mentre ci muoviamo arrivano continuamente informazioni dalla vista, dal tatto, dai muscoli, dalle articolazioni. Il cervello costruisce e aggiorna rappresentazioni del corpo e dell’azione.
È anche così che progressivamente impariamo a “sentire” un movimento.
Ma quella percezione non è infallibile.
Ciò che una persona sente di avere fatto e ciò che realmente è accaduto possono non coincidere perfettamente.
Per questo l’immagine di sé può diventare qualcosa di più di una semplice correzione video.
Può diventare uno specchio della percezione.
Non uno strumento per dimostrare che l’allenatore aveva ragione.
Uno strumento per permettere all’atleta di conoscersi meglio.
Ed è qui che anche il ruolo dell’allenatore può cambiare.
Potrebbe mostrare quel fotogramma senza dire:
«Vedi? Il gomito è basso.»
Potrebbe semplicemente domandare:
«Tu dove pensavi che fosse?»
Sono poche parole, ma cambiano completamente la relazione.
Da una parte c’è qualcuno che conosce già la risposta e corregge.
Dall’altra ci sono due persone che osservano lo stesso movimento e cercano di comprenderlo.
Poi magari l’allenatore alza la rete.
Cambia una traiettoria.
Sposta un riferimento.
Modifica il compito.
Non spiega necessariamente al corpo quale soluzione debba trovare. Gli costruisce intorno una situazione che lo invita a cercarne una differente.
È uno dei passaggi più affascinanti degli approcci contemporanei all’apprendimento, compreso il Constraint-Led Approach.
L’ambiente non è più soltanto il luogo nel quale ci si allena.
Diventa parte dell’insegnamento.
L’atleta riprova.
Il gesto cambia.
Torna davanti all’immagine.
E magari questa volta riconosce qualcosa prima ancora che glielo faccia notare l’allenatore.
«Adesso è diverso.»
Forse è proprio questo il momento più importante.
Non perché il gomito abbia finalmente raggiunto l’altezza desiderata.
Ma perché qualcosa sta passando lentamente dagli occhi dell’allenatore alla percezione dell’atleta.
Ambra Bisio, parlando di apprendimento motorio, richiama il ruolo dell’osservazione, della rappresentazione del movimento, della propriocezione e delle informazioni sensoriali che accompagnano l’azione.
Ed è difficile, ascoltando questi concetti, non pensare alle possibilità che oggi offre un’immagine restituita quasi immediatamente all’atleta.
Osservare un modello può essere utile.
Immaginare un movimento può essere utile, soprattutto quando esiste già un’esperienza motoria sulla quale costruire quell’immagine.
Ma c’è qualcosa di particolare nel vedere se stessi mentre si fa ciò che pochi secondi prima si è soltanto sentito.
È un incontro tra due punti di vista.
Quello interno dell’atleta.
E quello esterno dell’immagine.
In mezzo c’è l’apprendimento.
Forse per molti anni l’allenatore è stato soprattutto colui che vedeva ciò che l’atleta non poteva vedere.
E per questo raccontava, spiegava, correggeva.
Oggi quella distanza può essere ridotta.
Non significa rinunciare alla competenza dell’allenatore. Al contrario.
Significa utilizzarla per creare situazioni nelle quali l’atleta diventi progressivamente meno dipendente dalla correzione esterna e più capace di riconoscere ciò che accade nel proprio movimento.
Alla fine, infatti, durante una partita non ci sarà un allenatore accanto al suo gomito.
Non ci sarà un tablet.
Non ci sarà il fermo immagine.
Ci saranno il corpo, la situazione, gli avversari, la palla e pochissimo tempo.
E forse è proprio questo uno degli obiettivi più profondi dell’allenamento:
non costruire un atleta che esegua bene quando qualcuno lo corregge, ma un atleta che abbia imparato, poco alla volta, a percepirsi mentre agisce.
L’immagine, allora, non serve semplicemente a vedere un errore.
Serve, lentamente, a imparare a vedersi.




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