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PATRIMONIO DELLA COMUNITÀ

Immagine del redattore: Coachtree Andrea Cenni
Coachtree Andrea Cenni
30 ago
Tempo di lettura: 4 min

Quando un genitore riconosce nello sport un alleato educativo

Quante volte può essere capitato nel nostro lavoro di trovarsi davanti a qualcosa che ci mette emotivamente alla prova?

Può succedere quando un collega viene preferito per un incarico che si desiderava, quando arriva una critica dopo aver investito tempo ed energie in un lavoro oppure, più semplicemente, quando ci si accorge di non essere ancora capaci di fare qualcosa e si deve chiedere aiuto.

Sono situazioni normali, che appartengono alla vita professionale di moltissime persone, eppure non sempre sono così semplici da vivere.

Perché dietro ciò che accade c'è anche il modo in cui ciascuno lo interpreta e ciò che quell'esperienza fa emergere emotivamente.

Vedere riconosciuto un collega può mettere alla prova il rapporto con il confronto; una critica può essere percepita come un giudizio sulla persona anziché sul lavoro svolto; dover chiedere aiuto può dare fastidio proprio quando si vorrebbe dimostrare di essere autonomi e competenti. E quando l'impegno non produce il risultato sperato, continuare a credere in ciò che si sta facendo può diventare molto più difficile.

Si… probabilmente si può conoscere le regole del lavoro e probabilmente sappiamo anche quale sarebbe la risposta più razionale. Ma sapere come sarebbe opportuno reagire non significa necessariamente riuscire a farlo.

Una delusione può trasformarsi in rabbia, il confronto può mettere in discussione la fiducia nelle proprie capacità e il bisogno di sentirsi riconosciuti può condizionare il modo in cui viene letta una situazione. A volte si finisce persino per cercare all'esterno la responsabilità di ciò che sta accadendo, proprio perché guardare la propria fragilità è più difficile.

Ed è forse questa la domanda più interessante da portarsi dietro:

Se tutto questo può mettere alla prova una persona adulta, quali strumenti possiede un ragazzo che quelle emozioni le sta ancora imparando a riconoscere, comprenderle e attraversarle?

È da questa domanda che lo sport può cominciare ad essere osservato con occhi diversi.









Lo sport può mettere un ragazzo davanti a situazioni emotivamente simili?

Certamente.

Anche lo sport mette un ragazzo davanti a situazioni che possono essere tutt'altro che semplici da attraversare.

Può accadere che un compagno venga scelto al suo posto e che, dietro quella scelta, nascano delusione, confronto o persino la sensazione di valere un po' meno. Oppure può arrivare una correzione dell'allenatore che, invece di essere percepita come un aiuto per migliorare, viene vissuta come un giudizio sulla propria capacità.

Ci sono poi quei momenti nei quali un gesto continua a non riuscire, mentre al compagno accanto sembra venire tutto facilmente. È proprio allora che chiedere aiuto, invece di essere percepito come una risorsa, può diventare difficile: significa mostrare agli altri di non saper ancora fare qualcosa.

E poi c'è l'attesa. Ci si allena, ci si impegna, si prova e si riprova, ma il miglioramento desiderato sembra non arrivare. Oppure arriva una partita nella quale si gioca poco, una convocazione che non arriva, un errore commesso proprio nel momento più importante.

Sono esperienze sportive, certamente. Ma dentro quelle esperienze si muove molto altro.

C'è il bisogno di sentirsi riconosciuti. C'è il confronto con gli altri. C'è la paura di non essere abbastanza bravi. C'è la difficoltà di accettare una decisione che non piace. C'è la frustrazione di scoprire che l'impegno non produce sempre un risultato immediato.

E quella frustrazione può rivolgersi verso l'allenatore, verso un compagno, verso l'arbitro. Ma qualche volta prende una direzione ancora più delicata: si rivolge verso se stessi.

È proprio in questi momenti che lo sport può diventare formazione.

Perché il ragazzo non sta soltanto imparando a giocare. Sta imparando a riconoscere ciò che gli accade dentro quando le cose non vanno come avrebbe desiderato.

E, con l'aiuto di tutti noi della comunità sportiva che lo circonda, può cominciare ad allenare una competenza ancora più importante: scoprire che cosa fare con quell'emozione, invece di lasciare che sia quell'emozione a decidere cosa fare.

“Se persino un adulto può fare fatica a gestire queste emozioni, quali strumenti sta ancora costruendo un adolescente per riuscire ad affrontarle?”

È qui che lo sport cambia significato.

A quel punto anche il significato dello sport cambia. La palestra non è più soltanto il luogo nel quale un ragazzo apprende un gesto tecnico o cerca di migliorare la propria prestazione. Diventa uno spazio nel quale, attraverso ciò che gli accade, comincia a conoscere meglio anche se stesso.

Una scelta dell'allenatore che non comprende, un errore commesso davanti ai compagni, un risultato che tarda ad arrivare o il confronto con qualcuno che in quel momento sembra essere più bravo possono far emergere emozioni che un adolescente non sempre sa riconoscere e, soprattutto, non sempre possiede ancora gli strumenti per gestire.

Ed è proprio questo uno degli aspetti più formativi dell'esperienza sportiva: quelle emozioni non rappresentano un problema da eliminare, ma qualcosa che il ragazzo può progressivamente imparare a conoscere.

Può scoprire, ad esempio, che dietro la rabbia per una scelta dell'allenatore potrebbe esserci la delusione di non sentirsi considerato; che dietro la paura di sbagliare potrebbe esserci il timore del giudizio degli altri; oppure che la difficoltà nel chiedere aiuto potrebbe nascere dal bisogno di dimostrare di essere già capace di farcela da solo.

Imparare a riconoscere ciò che sta accadendo dentro di sé gli permette, poco alla volta, di non essere semplicemente trascinato dall'emozione del momento. Non si tratta di cancellare la rabbia, la paura o la frustrazione, ma di imparare a comprenderle e a scegliere come rispondere.

Ed è forse proprio qui che lo sport comincia ad assomigliare molto alla vita: non perché insegni a un ragazzo a non incontrare le difficoltà, ma perché può offrirgli un luogo nel quale iniziare a costruire gli strumenti per attraversarle.

Un genitore può riconoscere nella società sportiva un alleato nel proprio compito educativo.

Perché alcune delle difficoltà che un nostro ragazzo incontra oggi in palestra saranno, con forme diverse, le stesse che incontrerà domani nella vita.

La palestra offre la straordinaria possibilità di cominciare ad allenarle adesso.

La società sportiva vissuta assieme non offre alla comunità soltanto “attività sportiva”. Offre esperienze nelle quali i ragazzi possono cominciare a costruire strumenti per la vita.

 
 
 

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