QUANDO DICI “NON SBAGLIARE”… DOVE STAI PORTANDO LA SUA ATTENZIONE?
Ti è mai capitato di vedere un bambino correre lungo il bordo di una piscina e richiamarlo:
«NON CORRERE!»
Probabilmente sì.
E se sei un allenatore, quante volte hai utilizzato espressioni come:
«Non arrivare tardi!» «Non distrarti!» «Non avere paura!» «Non perdere la testa!» «Non pensare all’errore!» «Non dobbiamo perdere!»
Oppure immagina questa situazione.
23-23.
Il tuo atleta va in battuta.
Ti giri verso di lui e dici:
«Mi raccomando… NON SBAGLIARE!»
Fermiamoci un momento.
La questione non è sostenere che il nostro cervello “non capisca le negazioni”. Le comprende. La domanda interessante per un allenatore è un’altra:
DOVE HO APPENA PORTATO L’ATTENZIONE DEL MIO ATLETA?
Sulla battuta che vuole eseguire? Sul bersaglio? Sulla traiettoria?
Oppure proprio sulla possibilità di SBAGLIARE?
Le parole che utilizziamo possono contribuire a orientare l’attenzione, evocare immagini, aspettative e possibilità d’azione. E sotto pressione questo diventa ancora più importante. MANNAGGIA ... per molti è istintivo. Ma se proviamo a prenderne coscienza siamo già sulla buona strada.
Allora proviamo a cambiare prospettiva.
❌ Non correre!➡️ Cammina.
❌ Non distrarti!➡️ Torna sulla prossima palla.
❌ Non pensare all’errore!➡️ Riporta l’attenzione su questa azione.
❌ Non sbagliare la battuta!➡️ Guarda il bersaglio. Cerca zona 1 profonda.
Sembra una piccola differenza linguistica. Non lo è.
Significa passare da un linguaggio che dice prevalentemente COSA EVITARE a un linguaggio che aiuta a riconoscere DOVE PORTARE L’ATTENZIONE E COSA FARE.
Ed esiste un passaggio ancora più interessante.
Invece di dire: «Non farti murare!» posso dire: «Cerca lo spazio libero.»
Ma posso anche chiedere:
«Guarda il muro: quale spazio ti sta lasciando?»
Qui cambia qualcosa.
Non sto semplicemente sostituendo una frase negativa con una positiva.
Sto aiutando l’atleta a percepire informazioni, scegliere e trovare una soluzione.
Ed è qui che il linguaggio dell’allenatore incontra apprendimento, attenzione, autonomia e anche i principi della pedagogia ecologica e del Constraint-Led Approach detto CLA
Per questo credo che dovremmo osservare con molta più attenzione COME PARLIAMO quando correggiamo un atleta.
Durante una partita le nostre parole arrivano spesso nei momenti di maggiore pressione emotiva. E proprio allora rischiamo di utilizzare reazioni linguistiche automatiche:
«Non sbagliare!» «Stai attento!» «Non avere paura!» «Non fare così!»
Se vogliamo allenare davvero, però, l’automatismo dell’allenatore deve progressivamente lasciare spazio alla consapevolezza dell’allenatore.
Perché le conoscenze che oggi abbiamo su attenzione, apprendimento motorio, percezione e comportamento ci chiedono qualcosa in più del semplice “correggere”.
Ci chiedono di domandarci:
Dopo che ho parlato, dove ho mandato l’attenzione del mio atleta?
Forse una parte importante dell’allenare comincia proprio da qui.
RICONOSCERE → ORIENTARE → LASCIARE ESPLORARE → AGIRE → RIFLETTERE
Perché un allenatore non dovrebbe avere soltanto qualcosa da dire.
Dovrebbe sapere perché lo sta dicendo, dove vuole orientare l’attenzione e quale risposta vuole aiutare a far emergere.
Analizziamo questo contesto:
Se prendiamo esattamente quelle parole e le analizziamo con il criterio che stavamo costruendo, direi che quel timeout di Velasco è molto centrato sulla diagnosi dello stato e poco sulla direzione dell'azione.
La frase:
«Non siamo lucidi, non siamo lucidi. Io non posso fare niente se sentite la pressione. Non possiamo fare niente con questa pressione. Non siamo lucidi.»
ha alcuni aspetti interessanti.
1. Velasco fotografa molto bene il problema
Sta facendo una cosa importante: nomina ciò che sta succedendo.
Le giocatrici probabilmente stanno commettendo errori non tanto per un problema tecnico, quanto perché stanno vivendo uno stato di forte pressione. Velasco sembra dire:
“Il problema in questo momento non è la pallavolo. È lo stato mentale con cui state giocando.”
Come presa di consapevolezza, può essere molto potente.
Ma poi arriva il problema rispetto al ragionamento che stavamo facendo.
2. Ripete continuamente lo stato che vorrebbe eliminare
Se analizziamo linguisticamente il messaggio:
Velasco dice | Dove porta l'attenzione |
«Non siamo lucidi» | mancanza di lucidità |
«Sentite la pressione» | pressione |
«Non posso fare niente» | impotenza dell'allenatore |
«Non possiamo fare niente con questa pressione» | pressione + impossibilità |
«Non siamo lucidi» | nuovamente mancanza di lucidità |
Quindi manca quasi completamente la seconda parte:
“Va bene. Questo è dove siamo. Adesso dove dobbiamo andare?”
Ed è esattamente il passaggio che stavamo costruendo prima e che sicuramente lui ha fatto.
3. C'è però una cosa che non sottovaluterei
Velasco potrebbe non stare cercando di dare un'istruzione tecnica.
Potrebbe voler provocare una presa di responsabilità:
«Io dalla panchina non posso togliervi la pressione. Questa cosa dovete gestirla voi.»
In questo senso la frase:
«Io non posso fare niente se sentite la pressione»
può essere intenzionale. Sta spostando il locus dell'intervento dall'allenatore alle giocatrici.
Questo è molto diverso dal semplice:
«Non dovete sentire pressione.»
E conoscendo il pensiero di Velasco sulla responsabilità dell'atleta, è una lettura plausibile. Ma senza il timeout completo e il contesto della partita, non attribuirei con certezza questa intenzione.
4. Se applicassimo il nostro modello
Io non eliminerei la prima parte di Velasco.
Direi:
CONSAPEVOLEZZA → DIREZIONE → AZIONE
Per esempio:
Consapevolezza
«Ragazze, in questo momento non siamo lucide. Stiamo giocando sotto pressione.»
Fin qui sto nominando ciò che accade. Non c'è niente di sbagliato nel negativo quando serve a riconoscere la realtà.
Poi però farei il passaggio:
Direzione
«Adesso non dobbiamo risolvere la partita. Torniamo sulla prossima palla.»
E infine:
Azione
«Respiriamo. In ricezione guardiamo il servizio. Palla alta quando siamo fuori sistema. E pensiamo solamente a questa azione.»
Qui cambia completamente il focus.
PRESSIONE → PRESENTE → COMPITO.
Ed è qui che secondo me nasce una distinzione molto importante
Il problema non è la parola “NON”.
Sarebbe troppo semplicistico evidenziare agli allenatori solo il: “Non dovete usare le negazioni.”
Anzi, sarebbe paradossale. 😄
La questione è:
DOVE LASCIO L'ATTENZIONE DELL'ATLETA DOPO AVER PARLATO?
Posso dire:
«Non siamo lucidi.» e subito dopo aggiungo:
«Quindi torniamo alla cosa più semplice: guardiamo la palla, respiriamo e giochiamo un'azione alla volta.»
ho utilizzato il negativo per creare consapevolezza, ma non ho lasciato l'atleta lì.
Diverso è:
«Non siamo lucidi. Siamo sotto pressione. Non possiamo giocare così.»
Fine.
L'atleta ha ricevuto una diagnosi, ma nessuna strada d'uscita.
E questo secondo me completa molto bene il concetto che stavamo sviluppando:
Il linguaggio negativo può essere utile per riconoscere DOVE SONO. Diventa limitante quando non mi aiuta a capire DOVE ANDARE e COSA FARE ADESSO.
Questo Velasco lo sa benissimo: Ascolta qui: 👉🏻
Nelle molte interviste Velasco ci fa comprendere tantissime cose sia sull'allenamento da approccio ecologico, che sul CLA o sul IP (Information Processing,)
"Quando durante una partita interveniamo per correggere un atleta, se non sostituiamo le nostre reazioni automatiche con scelte più ponderate, anche e sopratutto alla luce delle scoperte della neuro-scienza, soprattutto alla non potremo mai affermare di possedere una vera forma idonea d’intervento.”




Commenti