Non è la fine...ma un nuovo...continua.
- Coachtree Andrea Cenni
- 3 mar
- Tempo di lettura: 2 min
L’intenzionalità non è un’idea, è una scelta quotidiana
All’inizio sembra sempre tutto semplice. C’è una palestra, ci sono dei ragazzi, ci sono genitori disponibili a dare una mano. Poi, quasi senza accorgersene, si capisce che non basta. Perché un ambiente di crescita non nasce dall’entusiasmo del primo giorno, ma dalla qualità delle scelte che si fanno quando l’entusiasmo si affievolisce. È lì che entra in gioco l’intenzionalità.

Ad esempio costruire una squadra di dirigenti (lo abbiamo già detto altre volte) significa sedersi attorno a un tavolo e decidere che tipo di ambiente si vuole generare. Non è un atto burocratico, è un atto culturale. Ogni parola usata in riunione, ogni tono scelto nelle comunicazioni, ogni reazione davanti a un problema contribuisce a definire il clima che i ragazzi respireranno.
I dirigenti, spesso, sono genitori che si offrono per stare vicino ai propri figli. Non cercano un ruolo, cercano un senso. E quel senso va mostrato, non spiegato. Quando capiscono che non sono lì solo per organizzare trasferte o compilare moduli, ma per custodire un contesto, allora il loro impegno cambia qualità. Non stanno più “dando una mano”: stanno contribuendo a costruire una casa comune.
L’intenzionalità, in fondo, è questo: non lasciare che le cose accadano per inerzia. È scegliere una direzione quando sarebbe più comodo adattarsi. È scegliere un linguaggio quando sarebbe più facile reagire. È scegliere le persone non perché sono perfette, ma perché riconoscono quella direzione.
Un ambiente cresce quando qualcuno decide di non lasciarlo al caso. E quella decisione, silenziosa ma ferma, è il primo vero atto educativo.
Il linguaggio crea il clima
Non è l’organizzazione a determinare il clima di un ambiente. È il linguaggio. Le parole che circolano in una palestra, in una riunione, in una chat di dirigenti, sono molto più di suoni o messaggi: sono mattoni invisibili. Costruiscono oppure incrinano.
All’inizio non si nota. Una battuta detta con leggerezza. Un commento ironico su un allenatore. Una lamentela ripetuta davanti ai ragazzi. Nulla di grave, apparentemente. Eppure il clima cambia. Si abbassa di pochi millimetri, quasi impercettibilmente. E quei millimetri, nel tempo, diventano distanza.
Il linguaggio non descrive soltanto la realtà: la genera. Se diciamo “qui nessuno aiuta”, inizieremo a vedere solo assenze. Se diciamo “siamo in costruzione”, inizieremo a cercare soluzioni. Le parole orientano lo sguardo, e lo sguardo orienta i comportamenti.
In una squadra dirigente, questo è decisivo. Perché i dirigenti non allenano tecnicamente, ma allenano il contesto. Sono loro che, spesso senza accorgersene, stabiliscono cosa è normale e cosa non lo è. Se è normale lamentarsi o se è normale assumersi responsabilità. Se è normale parlare alle spalle o se è normale parlarsi negli occhi.
Il clima non è un evento atmosferico che capita per caso. È il risultato di un lessico condiviso. E scegliere il linguaggio significa scegliere l’aria che i ragazzi respireranno.
Forse l’intenzionalità inizia proprio da qui: dalla consapevolezza che ogni parola è una scelta educativa. Anche quando sembra solo una frase detta di passaggio.




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