Nell’epoca dei maestri senza allievi
- Coachtree Andrea Cenni
- 20 mag
- Tempo di lettura: 4 min

Viviamo in un tempo curioso.Un tempo in cui tutti sembrano avere qualcosa da insegnare, ma sempre meno persone sembrano disposte ad imparare davvero.
Basta aprire un social network per essere travolti da una quantità infinita di consigli: come gestire i conflitti; come diventare leader; come migliorare la mente; come allenare il corpo; come essere felici; come avere successo; come educare i figli; come amare; come vivere.
Coach, mentor, esperti, guru, motivatori, consulenti, formatori.Tutti parlano.Tutti spiegano.Tutti insegnano.
Eppure, paradossalmente, mai come oggi sembra mancare qualcosa di essenziale:la disponibilità autentica ad essere allievi.
Un tempo il maestro non si cercava per sentirsi dire ciò che volevamo ascoltare.Lo si cercava perché si aveva fame di crescita.
Lo si incontrava: a scuola; in parrocchia; nello sport; nella vita di paese; dentro una bottega; perfino dentro il lavoro.
Il maestro non era perfetto.Spesso era duro.A volte persino scomodo.Ma aveva una caratteristica fondamentale:pretendeva trasformazione.
Oggi invece sembriamo vivere una grande contraddizione.Abbiamo accesso a una quantità enorme di contenuti motivazionali, psicologici e formativi, ma facciamo sempre più fatica ad accettare: la disciplina; il sacrificio; il tempo necessario per migliorare; il confronto vero; la pazienza dell’apprendimento.
Siamo pieni di informazioni, ma poveri di trasformazione.
L’epoca della parola veloce
Il filosofo "Umberto Galimberti","descrive molto bene il tempo che stiamo vivendo.
Secondo Galimberti la tecnica non è soltanto fatta di computer, telefoni o intelligenza artificiale.La tecnica è soprattutto una mentalità.
Una mentalità che misura tutto secondo:
efficienza;
velocità;
risultato;
prestazione.
E i social network sono l’espressione perfetta di questa logica.
Oggi tutto deve essere: rapido; immediato; consumabile in pochi secondi.
Anche la crescita personale. Anche la spiritualità. Anche l’educazione. Anche le relazioni.
Ma la vera crescita non funziona così.
Non esiste un video di trenta secondi che possa sostituire: il tempo; l’esperienza; la fatica; l’ascolto; l’allenamento quotidiano.
E forse il problema più grande non è la mancanza di maestri. Forse il problema è che facciamo fatica ad avere fiducia.
La crisi della fiducia
Un tempo il rapporto educativo si fondava su un presupposto semplice:riconoscere che qualcuno potesse aiutarci a vedere più lontano.
Oggi invece siamo immersi in un mondo dove: tutto viene messo in discussione; ogni autorità viene sospettata; ogni guida viene relativizzata; ogni consiglio viene confrontato con altri cento consigli.
Il risultato è una grande confusione.
Si ascolta tutto.Ma non si segue nessuno davvero.
Perché seguire qualcuno significa anche:
fidarsi; mettersi in discussione; accettare di non sapere; riconoscere i propri limiti.
E questo, in una società che ci spinge continuamente a mostrarci competenti, forti e vincenti, diventa sempre più difficile.
Il dire e il fare
Esiste poi un’altra distanza che caratterizza il nostro tempo: quella tra il dire e il fare.
Parliamo continuamente di crescita, educazione, valori, rispetto, equilibrio e benessere. Ma spesso mancano la coerenza, la continuità, l’esempio e soprattutto la disponibilità concreta a cambiare.
Nello sport questa differenza si vede immediatamente.
Tutti vogliono vincere, migliorare, emergere, sentirsi importanti. Ma pochi sono realmente disposti ad accettare la ripetizione, l’errore, la fatica invisibile, il lavoro quotidiano e la pazienza dei risultati.
Eppure è proprio lì che avviene la trasformazione. Non nelle parole. Ma nelle abitudini.
L’atteggiamento e il comportamento — traducibili con “il voler fare le cose” — sono innegoziabili.
Si può sbagliare un passaggio, perdere una partita, attraversare un momento difficile. Ma ciò che non dovrebbe mai mancare è la disponibilità a provarci davvero, a prendersi responsabilità, a lottare e a restare presenti dentro ciò che si sta facendo.
Perché molto spesso la differenza non la fa il talento.La fa il modo con cui entri nel campo della vita. Pretendere risultati senza dare energia, impegno, attenzione e partecipazione è una delle illusioni più pericolose del nostro tempo. Viviamo in una società che spesso alimenta l’idea di poter ottenere tutto rapidamente:riconoscimento, successo, risultati, benessere. Ma qualsiasi vero processo di crescita richiede coinvolgimento personale.
Le persone iniziano davvero a crescere quando smettono di chiedersi:“Cosa sto ricevendo?”e iniziano a domandarsi:“Cosa sto portando?”
Nel lavoro, nello sport, nelle relazioni e nell’educazione, l’atteggiamento resta la prima forma di competenza.
Tutto il resto viene dopo.
Ed è proprio da qui che può nascere qualsiasi reale percorso di miglioramento umano, sportivo o personale.
Il ruolo educativo dello sport
Lo sport, quando viene vissuto bene, resta uno degli ultimi luoghi autenticamente educativi.
Perché nello sport non puoi fingere troppo a lungo.
Il campo, la palestra, l’allenamento, la partita, prima o poi ti mettono davanti:
ai tuoi limiti;
alle tue paure;
al tuo carattere;
alla tua capacità di stare nel gruppo;
alla tua disciplina.
Ed è proprio qui che la figura dell’allenatore, del dirigente, dell’educatore o del maestro torna ad avere valore.
Non come persona che impone verità assolute. Ma come qualcuno che accompagna,
corregge, sostiene, responsabilizza, aiuta a vedere possibilità che da soli non vediamo.
Una riflessione personale
Nel mio percorso sportivo e umano ho avuto la fortuna di incontrare persone che mi hanno insegnato molto. Non soltanto tecnicamente .Ma soprattutto umanamente.
E oggi, nei ruoli che ricopro all’interno del mondo sportivo e federale, sento ancora più forte la responsabilità educativa che lo sport può avere.
Ci sono ruoli istituzionali che, giustamente, richiedono equilibrio, discrezione e rispetto delle funzioni. E questo limita inevitabilmente la possibilità di promuovere direttamente le mie attività personali, dovute a scelte ponderate che mi hanno visto però vicino alla mia famiglia e a mio figlio; ma al di là delle cariche, dei ruoli e delle etichette, resta una convinzione semplice: le persone hanno ancora bisogno di essere aiutate.
Non di essere riempite di slogan. Non di essere motivate per qualche ora. Non di sentirsi perfette. Hanno bisogno di qualcuno che sappia, ascoltare, comprendere, orientare, stimolare e accompagnare.
Perché crescere da soli è difficile. E nessuno migliora veramente senza relazione.
Tornare ad essere allievi
Forse allora la vera rivoluzione oggi non è diventare maestri.
È tornare ad essere allievi.
Avere il coraggio di ascoltare, di imparare, di rallentare, di fidarsi e di riconoscere che non sappiamo tutto.
Perché il sapere non nasce dall’arroganza. Nasce dall’incontro.
E ogni crescita autentica passa sempre da una relazione umana capace di unire parola ed esempio. teoria e pratica, pensiero e vita. Lo so ...non è sempre facile, anzi forse è proprio questo che allontana.
In fondo, il problema del nostro tempo non è che mancano le risposte. Forse il problema è che stiamo perdendo la capacità di porci davvero le domande giuste.
E senza domande autentiche, nessun maestro potrà mai essere davvero ascoltato.




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