La competenza dell’allenatore nasce dalla difficoltà a cui è sottoposto.
- Coachtree Andrea Cenni
- 27 gen
- Tempo di lettura: 3 min

In un contesto sportivo educativo, allenare non è mai semplice. Ma è proprio nelle difficoltà che un allenatore manifesta la sua vera competenza.
Un Coach ce la mette davvero tutta per fare bene il suo lavoro, senza ombra di dubbio. Le scelte a cui è sottoposto son importanti e lo sa. Sviluppa nel contesto quelle capacità che il suo lavoro gli impone di fare.
La capacità di proporre attività né troppo facili né troppo difficili, per rendere l’allenamento una sfida motivante.
La capacità di comunicare con chiarezza e autorevolezza, spiegando, sostenendo, correggendo: nel successo come nell’insuccesso.
La capacità di definire (e ridefinire) i ruoli, convincendo l’atleta che quella scelta è la migliore per lui e per la squadra.
La capacità di empatia, per sostenere il gruppo senza rinunciare alla guida.
La capacità di conoscere la persona prima dell’atleta, bambino o adulto che sia, e la fase di crescita che sta attraversando.
Allenare non è solo insegnare un gesto tecnico.
Vincere, crescere, scegliere: perché nello sport educativo le decisioni contano
Nello sport non si entra in campo per perdere. Si gioca per vincere. Sempre.
Questo non è in contrasto con l’educazione, né con la crescita dei ragazzi. Al contrario: è proprio il fatto che la competizione sia reale a rendere lo sport uno strumento formativo straordinario. Quando si vince si raccoglie il frutto del lavoro fatto; quando non si vince, si impara. Non esistono scorciatoie né narrazioni alternative credibili.
Ogni allenatore, soprattutto nei settori giovanili, è chiamato a una scelta continua e spesso scomoda: schierare la formazione che, in quel momento, garantisce il miglior equilibrio possibile per competere. Questa valutazione tiene conto di molte variabili – tecniche, fisiche, tattiche ed emotive – e porta inevitabilmente a individuare atleti più pronti, più maturi, più solidi. Sono loro che, in una determinata fase, rappresentano la squadra migliore.
Accanto a questi ragazzi ce ne sono altri che stanno ancora costruendo il proprio percorso. Non sono meno importanti, né meno degni di attenzione. Sono semplicemente in una fase diversa. Hanno bisogno di tempo, di esperienze adeguate, di spazi in cui poter sbagliare senza essere schiacciati dal peso della prestazione immediata. È da qui che nascono scelte come la panchina, un minutaggio ridotto, l’inserimento in una seconda squadra o la partecipazione a un campionato di livello differente.
Queste decisioni non sono punitive. Sono scelte funzionali. Servono a mettere ogni ragazzo nel contesto più utile alla sua crescita reale, non a quella immaginata o desiderata dagli adulti. La cosiddetta “formazione educante” non è un’alternativa alla competizione: è il percorso che permette, col tempo, di essere davvero competitivi.
Allenare significa valutare il risultato sempre, ma nel suo significato più ampio. Non solo il punteggio di una partita, ma la qualità delle scelte fatte, la tenuta del gruppo, la crescita progressiva degli atleti. La squadra migliore non è soltanto quella che vince oggi, ma quella che costruisce le condizioni per vincere anche domani, con ragazzi più forti, più consapevoli e più responsabili.
In questo processo il ruolo del genitore è fondamentale. Non come controllore delle decisioni tecniche, né come avvocato difensore del proprio figlio, ma come parte attiva del progetto educativo. Aiutare un ragazzo ad accettare una panchina, un ruolo secondario o un percorso più lungo significa insegnargli che il valore personale non coincide con la presenza in campo, e che il posto si conquista attraverso il lavoro, non attraverso la protesta.
Quando genitori e allenatori condividono questa visione, il messaggio che arriva ai ragazzi è chiaro e potente: la competizione è vera, le scelte hanno un senso, il percorso conta. È in questo equilibrio, spesso faticoso ma autentico, che lo sport smette di essere solo un gioco e diventa comunità di vita.

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