Crescere nello sport: un patto educativo tra società e famiglie
- Coachtree Andrea Cenni
- 25 gen
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 26 gen

Prima o poi, quando i nostri figli praticano uno sport di squadra, arriva per tutti noi genitori un momento riflessivo e di crescite sportiva.
Scelte che fanno discutere, che possono sembrare ingiuste o poco delicate, soprattutto quando toccano decisioni prese dall’allenatore o dalla Società sportiva verso i nostri figli.
Vorrei iniziare condividendo con voi un pensiero semplice, quasi ovvio, ma proprio per questo importante:
Tutti noi desideriamo il meglio per i nostri figli, giusto? (come genitori)
Ed è altrettanto vero che una società sportiva desidera, per forza di cose, che anche i genitori siano soddisfatti del percorso che i propri figli stanno vivendo, infondo è importante per una società la soddisfazione dei propri clienti. Non pensate?
Quindi già da qui partiamo da un terreno comune.
Credo che su un altro punto siamo tutti d’accordo:
vogliamo che i nostri ragazzi e le nostre ragazze siano apprezzati/e, rispettati/e e inseriti in un ambiente che li faccia crescere, non solo dal punto di vista sportivo, ma anche umano ed educativo. Non è così?
E se ci fermiamo un attimo a riflettere, è evidente che sentirsi considerati e rispettati nel proprio percorso sportivo è un bisogno profondo di ogni giovane atleta, e che una Società sportiva conosce molto bene, perseguendone l'interesse.
Ed è proprio per questo che dobbiamo avere il coraggio di condividere anche una verità meno comoda.
Lo sport competitivo non è democratico.
A parità d’impegno di desiderio e di passione le differenze individuali esistono e anche i nostri ragazzi le vivono e le vedono bene. Se prendiamo due ragazzi/e come facevamo una volta, e gli facciamo scegliere i loro compagni per creare due squadre, le scelte si baseranno proprio sulle loro capacità, e sono bravi nel distinguere tutto questo.
Chi allena è chiamato a fare scelte, difficili, basate su tanti fattori: tecnici, fisici, emotivi, di squadra o di momento (annate categorie ecc...). Già in allenamento succedono differenziazioni basate oltre che nei ruoli, nella loro capacità, su esercizi specifici o altro…
Una verità dello sport che a volte fa fatica ad essere accettata sopratutto, ahimè, dal mondo genitoriale.
Ma fermiamoci un attimo:
questo significa forse che una ragazza o un ragazzo che gioca meno o non è in formazione è meno importante per l’allenatore o per la Società, pur conoscendone i risvolti (insoddifazioni, malumori, delusioni) che questo potrebbe creare?
Assolutamente no.
Ogni atleta è importante indipendentemente dal ruolo o dal tempo di gioco di una singola partita. Ed è qui che si gioca insieme come squadra, genitori, figli e allenatori la prima vera partita.
Vi chiedo un'altra cosa, con sincerità.
Quando pensate al percorso sportivo di vostra figlia o di vostro figlio, cosa ritenete davvero più importante per lei o per lui?
Enfatizzare quei contrasti inevitabili che accadono, come le scelte dell’allenatore, l’esclusione dalla formazione, un errore di gioco, o la sconfitta di una partita
oppure — ed è una domanda vera — fare in modo che quando queste emozioni arrivano, come dispiacere, delusione o la stessa sconfitta, queste possano diventare un’occasione per iniziare a crescere?
Perché lo sapete bene che la crescita passa anche da lì.
E se li aiutiamo a trasformare quelle emozioni in sempre più impegno, con il desiderio di lottare, di rialzarsi dalla cadute, accettando la sfida... se lo porteranno dietro per tutta la vita e non solo nello sport.
Ed è questo che una Società Sportiva ed il suo allenatore desidera perseguire.
Ognuno cresce a modo suo ed è una ricchezza.
Sappiamo bene che ogni ragazza cresce con tempi, modalità e obiettivi diversi. Non esistono percorsi identici, ed è normale che non siano tutti allineati nello stesso momento.
Per questo, quando è possibile, si creano squadre e contesti diversi: non per dividere, ma per garantire esperienza, per permettere a tutte di giocare, di sbagliare, di migliorare, di sentirsi parte di un progetto di squadra.
E qui nasce una domanda importante:
non è forse meglio avere più contesti di crescita se è possibile averli?
Ribadiamolo con chiarezza:
ogni ragazza ha un percorso unico e nessun percorso vale meno di un altro.
Le squadre dedicate, i gruppi diversi, i momenti differenziati non servono a creare gerarchie definitive, ma a offrire opportunità, a sostenere la crescita personale e sportiva di tutte.
Se è vero — e lo sappiamo tutti — che ognuna cresce con ritmi e obiettivi unici,
possiamo allora lavorare insieme, società e famiglie, per valorizzare davvero ogni percorso?
Alla fine, il punto di incontro è sempre lo stesso.
Tutti vogliamo il meglio per i nostri figli.
Società e famiglie condividono lo stesso obiettivo: crescere ragazze e ragazzi sereni, rispettati, consapevoli e soddisfatti del proprio cammino.
Capisco benissimo il desiderio di tutte e tutti di giocare di più, e di essere tra i titolari.
È umano ed è legittimo.
Il compito educativo dello sport, però, è un altro:
accompagnare ogni ragazza e ogni ragazzo a crescere, anche quando questo significa non soddisfare subito un’aspettativa, ma costruire competenze durature ed emotive che resteranno nel tempo.
E se insieme riusciamo a fare questo, abbiamo vinto la prima e più importante partita.


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